БУКВИТЕ - САЙТЪТ ЗА НОВА БЪЛГАРСКА ЛИТЕРАТУРА

Appuntamento / La Lupa / Sonetto

Христо Станчев (gentile)

Раздел: Проза на чужд език  Цикъл:

 

Appuntamento

 

La ragazza stava all’incrocio. Era di buon mattino e c’era molta rugiada, intorno vigne infinite galleggiavano come se cercassero di toccarsi sulle labbra proprio lì dove si incrociano. Mentre lei, una grande farfalla con delle ali nere a punti rossi e blu, così era vestita, girava la testina.

         Nella lontananza si delineava un intero anello di montagne che azzurreggiavano calme. Lungo le strade maestre c’erano alberi carichi di frutti. Le strade maestre e gli alberi si somigliavano stranamente. Erano linee rette che raggiungevano i piedi delle montagne.

         Lei stava all’incrocio, ai suoi piedi c’era una valigia, e si guardava intorno. Aspettava che passasse qualche veicolo. Però non si  vedeva nulla, forse era ancora troppo presto. Splendeva  la rugiada fredda, mentre  gli occhi della farfalla erano stupidamente meravigliati – perché non si lasciava vedere niente? Le sue ali sempre piu’ di rado si alzavano e cadevano come veli scuri. Le loro falde s’erano bagnate.

         La lasciai così – sempre piu’ sbalordita, sempre piu’ bagnata e con le ali troppo nere.

         E di recente la vidi allo zoo. Ci conoscemmo. Lei era diventata un pinguino e si bagnava nella piscina. Ci rallegrammo reciprocamente. Le dissi che amavo gli animali e le gettai un pesciolino. Si vantò che prima era stata un lama.

         -- E incantavi tutti con la tua andatura?

-- Sì! – disse lei,  fermandosi  davanti alla piscina, lasciando cadere le ali, e si guardò intorno meravigliata.

 

 La Lupa

 

Lui era un uomo vecchio che trascorreva le sue giornate fra le mura della sua nuova abitazione. Era abituato alla solitudine che era diventata per lui la seconda natura. Una volta l’uomo solitario sognò una lupa che correva per il prato infinito con una corsa monotona e ritmica. Non inseguiva la selvaggina né era minacciata da qualche pericolo. Anche il prato era in pianura, e c’erano delle colline inclinate su cui essa vagava sola, grigia, intensa.

         Corse tutta la notte, la lupa si perdeva dietro qualche altura, ma lui era sicuro che sarebbe apparsa di nuovo sulla collina di fronte, che era dolce e non lo stancava, mentre la distanza fra loro rimaneva sempre la stessa come succede nei sogni.

         Si svegliò con la sensazione che tutto fosse reale. Si alzò presto, si lavò a lungo, si fece la barba e si sedette davanti al caffè pensando alla lupa. Perchè correva davvero, come se rincorresse l’immensità.  Che sogno strano! Mai lui aveva pensato ai lupi. Però si sentiva il cuore leggero e stava bene come se si preparasse ad andare a trovare qualcuno o qualcuno fosse venuto a trovarlo. “Eh, la lupa! Come correva senza stancarsi. E il prato – come a festa! Era come se  ci fosse  il plenilunio”. Dove aveva visto un prato simile? Nell’infanzia –no, perché era cresciuto nella città grande. Ma non il prato era importante in questo momento, ma questa corsa instancabile, né veloce né lenta.

         Ad un tratto l’uomo solitario si accorse che oggi doveva andare a pagare le imposte per la casa. Si vestì in fretta e strada facendo sorrideva. “Come corre! E’ come se facesse qualcosa che senz’altro deve farsi. Corre e in effetti non sa perchè…”

         Davanti allo sportello c’era molta  gente perché il termine scadeva. Lui si fermò alla fine della coda.

         “Veramente rincorreva l’orizzonte quella bestia. Era come se sapesse che lo avrebbe raggiunto di sicuro. Balzo dopo balzo. Se fosse viva , senz’altro  l’avrei sventrata”.

--Signore, mi cederebbe il Suo posto, la mamma è malata,

forse la stufa si spegnerà – lo pregò la donna.

         “E come correva!”

--Si capisce – accennò lui.

         “Proprio come se sapesse dove andava. E in realtà non lo sa” – si disse e nascose la testa nel bavero del cappotto. Aveva sentito il freddo.

 

 

Sonetto

 

E’ successo molto, molto tempo fa. Fra lusso e splendore viveva un nobile – pallido, strabico e silenzioso. Una mattina la porta della sua dimora si aprì e una dama di una certa età, con il volto fine, fece capolino per donargli il calore e la carezza materna. Il giovane appoggiò la testa sul suo petto. La dama era al corrente del suo dolore. – Va bene, sole mio, ma Lei non ha scambiato neanche una parola con lei.  Poi, lei è tanto selvatica, bisbetica, che ho paura per Lei. – Penso che sia necessario – disse il nobile – che io  prenda l’iniziativa. – Dio – esclamò la dama, - tutto ciò è insensato!  -- Ho deciso – rispose lui – Mi preparerebbe un fagiano arrosto alla maniera neandertaliana? – Fagiano? Lei! – Sì! – fece il nobile barcollando dall’emozione. La dama si slanciò a sorreggerlo. Lui  bruciava tutto di febbre. – Chiamerò il medico! Un po di ventose e sciroppo Le faranno bene. – Fagiano! – piagnucolò letteralmente il giovane. La povera dama sparì come un’ombra. Quando l’ordine fu eseguito, lui pregò sua madre di dargli da mangiare, o meglio, di ingozzarlo come le oche. L’aiutava con le dita lui stesso. Dopo essersi ingozzato, insistette che lo facessero montare sul vecchio puledro di razza.  Su sua richiesta  gli legarono le gambe con una catena d’oro, anzi, una catenella, sotto la pancia del cavallo. Così, dondolando,  lui s’avviò verso la montagna. Nel tardo pomeriggio scoprì la sua amata sulla groppa di una minuta cavalla resistente con della cacciagione magnifica dietro la sella.  Il giovane cavaliere aveva perso i sensi dal sobbalzare ma il nitrito dei cavalli l’aveva fatto tornare in sé. – E’ Lei? – disse lui e cercò di fare una specie di inchino. I due sorrisero scetticamente della catenella d’oro.  Il cavaliere si riprese e cercò di convincerla che era in grado di creare dei fastidi nel castello del padre di lei, cosa in cui la fanciulla non  credeva. Lui le parlava sinceramente, però l’energia lo lasciava, la sua faccia impallidiva  minacciosamente.  A momenti poteva cadere dalla sella. La vergine portò il suo cavallo in una grotta, gli diede da bere il latte di una capriola, che è molto nutriente, e si coricò accanto a lui per scaldarlo, perché la terra era fredda. Si sorprese del suo alito che era fresco come la rugiada. Stava nelle sue mani senza vigore come un neonato. Alla mattina lo riportò al castello. Alla vecchia dama  vennero le lacrime agli occhi e la invitò nelle stanze del tesoro perché si scegliesse un regalo.  La dama era tanto ricca che la trattenne a lungo. Così il giovane nobile ebbe un erede. Si rimise in salute ed era felice fino al suo ultimo giorno. E la giovane dama?

 

 


2010-06-04